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Proviamo a fare il punto: da una parte, l’esperienza delle organizzazioni che operano nel settore ci dice chiaramente che la domanda di microcredito è consistente e continuerà a crescere, sia in Italia che nei Paesi in via di sviluppo.
Dall’altra si è detto che ogni progetto ha un carattere di sostenibilità economica e che l’attività di microcredito può essere profittevole per le banche. Perchè, allora, in Italia, sono ancora pochi gli istituti che fanno microcredito?
Perché la banca non si decide a fare la propria parte, accettando, entro una certa misura, il rischio del finanziamento?
In realtà, esistono alcuni fattori oggettivi che limitano, o ostacolano, la possibilità di intervento. Fattori che, non c’è dubbio, riguardano soprattutto il “microcredito di esportazione” quello, cioè, destinato ai PVS. “I problemi sono due”, spiega Laura Foschi responsabile Area Progetti del consorzio Etimos: “innanzitutto, c’è un elemento incontrollabile che è il fattore “rischio-Paese”: anche se l’istituzione di microfinanza che chiede di essere finanziata è eccellente, redditizia, affidabile, il fatto che il Paese in cui essa opera sia a rischio disastro naturale o rischio guerriglia diventa un forte fattore disincentivante”.
Poi c’è il problema dell’inadeguatezza delle infrastrutture locali: “noi possiamo sempre finanziare il piccolo venditore di strada attraverso l’organizzazione socia del consorzio; tuttavia”, aggiunge Foschi, “se poi, a livello locale, per questo venditore non c’è nessuna possibilità di crescere fino a diventare una piccola cooperativa o una piccola impresa, il livello di sviluppo resta bloccato”.
Ecco il motivo per cui è necessario realizzare forme di partnership anche con i governi e le agenzie di sviluppo locali. D’altra parte, nel momento in cui il microcredito sembra poter integrare i tradizionali programmi di welfare pubblici, anche lo stato e le istituzioni locali devono fare la loro parte. Perchè, in certi contesti, è sufficiente una strada non riparata per mettere in crisi una piccola attività di commercio.
Poi ci sono problemi che, invece, riguardano soprattutto il microcredito “domestico”, quello che non supera i confini nazionali. “Il fatto che in Italia si ragioni per campanilismi, con una forte sponsorship da parte di amministrazioni e associazioni locali, determina la tendenza a costruire progetti di microcredito di dimensioni molto contenute”, denuncia Marta Marsilio della Bocconi.
E il risultato, fa notare il docente dati alla mano, è perfettamente leggibile nei numeri: a fronte di un elevato numero di progetti - il 20% di tutti i programmi di microcredito in Europa sono attivati dal nostro Paese - l’Italia rappresenta solo l’1% in termini di beneficiari raggiunti.
La soluzione appare, allora, evidente: “Se si riuscisse a superare la frammentazione estrema che contraddistingue i progetti di microcredito e, quindi, si arrivasse ad una “massa critica”di beneficiari più interessante”, ipotizza la Marsilio, “questo garantirebbe una maggiore sostenibilità economica e un maggior interesse da parte delle banche”.
Abbandonare i localismi agganciando quella che è l’ottica europea: è questa la ricetta della docente, che vede nell’ Europa, dove esistono organizzazioni più solide e ben strutturate, un modello da imitare.
Inoltre, pare che da noi ci sia un deficit regolamentario: “manca una legge che disciplini questi strumenti” segnala la docente dell’Università Bocconi. Ma durante il 2005, che è stato l’anno internazionale del Microcredito, il Dipartimento della Funzione Pubblica si è assunto l’impegno di redigere una normativa ad hoc.
Sul fronte degli ottimisti, c’è chi ritiene che il ritardo delle banche nel rispondere alla domanda di microcredito dipenda semplicemente dalla “giovane età”del mercato: “gli istituti, pian piano, stanno entrando in questo business che, non dimentichiamolo, ha solo 10 o 15 anni di attività”, riconosce Andrea Berrini, Presidente di Cresud, la società di investimento che fornisce risorse finanziarie a Istituzioni di Microfinanza, Associazioni e Cooperative del commercio equo e solidale che operano nel Sud del mondo.
“Solo adesso questo “mercato”si sta dotando di metodologie condivise, standard di livello internazionale, consulenti specializzati, benchmark sui quali vengono valutate le istituzioni di microfinanza locali” rileva Berrini . E questo non potrà che favorire l’attenzione del circuito bancario tradizionale a favore del finanziamento delle mfi, le istituzioni di microfinanza locali.
D’accordo, il mercato è giovane. Ma forse quella di Berrini è una mezza verità; perchè c’è anche chi, come Banca Etica attraverso il consorzio Etimos, ha iniziato già 15 anni fa ad occuparsi di microcredito. “quando abbiamo cominciato, quella che per noi era una sfida non veniva compresa dagli istituti finanziari tradizionali” racconta Laura Foschi di Etimos.
Finalmente, però, le cose stanno iniziando a cambiare: “Oggi” conferma il Responsabile Area Progetti del consorzio, “non solo i partner finanziari di Banca Etica, come Banca Popolare di Milano e gli istituti di credito cooperativo, ma anche altre istituzioni finanziarie cominciano a capire che si può fare solidarietà senza fare beneficenza”.
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Laura Foschi, responsabile Area Progetti del consorzio Etimos
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