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I protagonisti del microcredito: c’è anche la banca commerciale |
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Chi sono i protagonisti del Microcredito dal lato dell’offerta? Banche Etiche, per cominciare; e poi enti no profit, attori della pubblica amministrazione e associazioni che operano nel mondo della cooperazione allo sviluppo; infine, istituzioni di microfinanza: organizzazioni locali che, soprattutto nei Paesi poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, forniscono servizi finanziari alle persone meno abbienti e svolgono una funzione di intermediazione tra chi eroga i prestiti e chi li riceve; perchè sono le sole ad avere contatto diretto con il microimprenditore che viene finanziato, di cui analizzano il singolo progetto d’impresa valutandone la fattibilità.
Non mancano, poi, i casi di banche commerciali “tradizionali”che, come Deutsche Bank, Hsbc, Abn Amro sono da tempo impegnate a sostenere progetti di microcredito in giro per il mondo.
Ma come nasce e si sviluppa un progetto di Microcredito? E soprattutto, quale ruolo assume l’istituto di credito?
“In realtà, la nostra è un’organizzazione di secondo livello che non eroga credito direttamente ai microimprenditori - artigiani, commercianti e piccoli produttori dei Paesi poveri”, precisa la dott.ssa Laura Foschi, Responsabile Area Progetti del consorzio Etimos, la “costola”di Banca Etica che raccoglie risparmio in Italia a sostegno di programmi di microfinanza nei Paesi in via di sviluppo.”noi” prosegue Foschi, “finanziamo istituzioni di microfinanza, cooperative di risparmio e banche di villaggio che, a loro volta, sostengono dei progetti microimprenditoriali veri e propri, favorendo lo sviluppo delle comunità locali”. In pratica, il finanziamento del singolo progetto imprenditoriale passa sempre attraverso la mediazione delle istituzioni finanziarie locali, che, a loro volta, diventano socie del Consorzio.
Facciamo un esempio e immaginiamo una cooperativa di risparmio e credito del centro America, che poi corrisponde alle nostre banche di credito cooperativo; ipotizziamo che rivolga ad Etimos una richiesta di finanziamento, attraverso l’invio di tutti i documenti e la modulistica necessari. Solo a questo punto entra in campo il Consorzio: “grazie ai nostri analisti interni e attraverso una serie di indicatori di sostenibilità”, spiega la dott.ssa Foschi, “il comitato di credito elabora una valutazione di questa organizzazione, ne mette in evidenza il bilancio e le caratteristiche essenziali; infine, il consiglio di amministrazione prende l’eventuale decisione di erogare il finanziamento”.
Da questo momento iniziano le rate di rimborso, che, di solito, sono semestrali, fino alla completa restituzione del prestito.
Spesso, le banche che concedono credito alle istituzioni di microfinanza si avvalgono della consulenza di società come la Microfinanza s.r.l, specializzate nella valutazione della performance e della solidità di queste organizzazioni; società che, grazie al lavoro di professionisti con specifiche esperienze nella finanza etica per lo sviluppo, aiutano l’ente erogante, per esempio la banca, a capire se una certa istituzione di microfinanza è affidabile oppure no.
“Noi svolgiamo una funzione di intermediazione, cerchiamo di mettere in contatto gli investitori e i soggetti della imprenditorialità”, spiega Francesco Terriero, Presidente della società vicentina che collabora con enti no profit, istituti di credito (Unicredit ed MPS) e soggetti istituzionali nazionali ed internazionali, come le Nazioni Unite.
In Italia, invece, la procedura di erogazione è molto più snella e diretta, dal momento che l’istituto di credito non devono appoggiarsi a soggetti terzi per la concessione del prestito. Prendiamo il caso di Micro.bo, la Onlus nata nel settembre 2004 da un’idea di alcuni docenti universitari, con lo scopo di diffondere la pratica del microcredito nella provincia di Bologna.
L’associazione raccoglie le richieste di prestito, valuta la fattibilità dei progetti imprenditoriali, ed elabora una “presentazione”del microimprenditore, con le relative caratteristiche e l’esigenza di finanziamento manifestata. L’analisi di fattibilità del progetto è realizzata dai giovani neolaureati che lavorano come volontari nell’associazione, spesso con l’aiuto di docenti universitari e consulenti esterni.
“A questo punto inizia la parte operativa della banca, quindi l’erogazione del prestito. Però” precisa il dott. Fabio Raimondi, direttore commerciale di Banca di Bologna, che èil partner bancario dell’associazione, “tutta l’attività di contatto, conoscenza e approfondimento del rapporto con il microimprenditore, è in carico all’associazione”. Le persone che si rivolgono a Micro.bo vengono invitate a costituire un gruppo di almeno tre persone, che diventano corresponsabili solidarmente per i prestiti concessi.
Spieghiamoci meglio. Il prestito non viene erogato a tutti i tre soggetti contemporaneamente, ma in modo sequenziale; se la persona del gruppo che riceve il primo prestito non provvede regolarmente alla sua restituzione, attraverso il pagamento delle rate, gli altri soggetti del gruppo non potranno accedere, a loro volta, al finanziamento per il proprio progetto individuale di impresa. Questo genera forti meccanismi di pressione sociale e solidarietà a livello di gruppo che favoriscono la restituzione del prestito.
“Al momento è possibile fare solo considerazioni provvisorie, perchè formalmente il tasso di sofferenza si considera sul prestito terminato. Tuttavia”, rileva un volontario di Micro.bo, “Attualmente abbiamo un tasso di restituzione del 100%”. L’associazione non esige altre forme di pegno, fideiussione o quant’altro. L’unica condizione ulteriore è che, se si tratta di immigrati, abbiano le carte in regola.
Il meccanismo della responsabilità solidale non è, tuttavia, la sola forma di “garanzia”che viene richiesta da chi fa microcredito. Anche perché, se è vero che una procedura di questo genere è adatta ai contesti rurali dei Paesi in via di sviluppo, dove esistono forti condizionamenti sociali e relazioni di solidarietà, il meccanismo risulta assai meno gestibile nelle nostre città. “Più spesso, da noi, accade che un ente no profit o la pubblica amministrazione comunale o provinciale mettano a disposizione un fondo di garanzia, che, solitamente, copre solo gli interessi, ma si piò estendere anche all’intero capitale prestato”, sottolinea Marsilio, docente della Divisione pubblica amministrazione, sanità e non profit (Dap) della Sda Bocconi.
Sono rari i casi in cui, invece, la banca decide di partecipare più attivamente al progetto, accollandosi una parte del rischio di credito e mettendo in gioco anche risorse finanziarie oltre a strutture e competenze. Fa eccezione il Gruppo Sanpaolo Imi che, dal 2005, si è impegnato a raddoppiare il fondo di garanzia già predisposto dalla Compagnia di San Paolo a sostegno dell’ ambizioso progetto di microcredito, che coinvolge le province di Genova, Roma, Napoli, e Torino.
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Giuseppe Mussari, presidente Mps
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