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Banche, Fondazioni, amministrazioni locali: l’unione fa la forza
Una cosa è certa: il punto di forza del microcredito in Italia è proprio la collaborazione sinergica tra amministrazioni locali, associazioni no profit e istituti di credito. Non importa che le associazioni partner degli istituti bancari siano enti no profit o Spa.

Non importa che si tratti di organizzazioni partecipate dalle banche, come Microcredito di solidarietà, oppure completamente “indipendenti”come Micro.bo. La banca che vuole erogare Microfinanziamenti non può (o no vuole) farcela da sola.

Perchè? “Per due motivi” spiega Roberto Innocenti, Direttore Generale di Micorcredito di Solidarietà Spa: “in primo luogo, la sfida del microcredito può essere vinta solo se tutte le componenti istituzionali e sociali che operano sul territorio - finanziarie, religiose, amministrative, credono nell’iniziativa e sono in grado di “fare sistema” attorno all’obiettivo comune. In secondo luogo”, prosegue il direttore generale della società toscana, “vogliamo mettere in campo metodologie di valutazione del rischio diverse da quelle normalmente adottate”.

Mentre i processi di valutazioni tradizionali attribuiscono molta importanza alle caratteristiche economico- finanziarie dell’imprenditore, alle garanzie patrimoniali che questo può offrire, spiega il dott. Innocenti, “noi vorremmo focalizzare la valutazione sulla “moralità”del richiedente e sulla validità del progetto che questo vuole esprimere”.

Al centro del prestito c’è la persona, con la sua storia individuale e il suo progetto d’impresa. È chiaro che questo discorso può valere solo finché si tratta di piccoli prestiti, il cui importo massimo, nel caso specifico, non supera il tetto dei 7.500 -10000 euro. “si tratta di piccoli affidamenti” riconosce Innocenti, “però possono risolvere un grosso problema e aiutare la persona ad inserirsi nel circuito economico tradizionale”.

Ma c’è anche un altro elemento che fa della collaborazione istituzionale tra soggetti diversi una risorsa imprescindibile: “per valutare la capacità e l’affidabilità di una microimpresa sono necessarie abilità professionali specifiche che esulano dalle competenze tradizionali della banca” spiega Fabio Raimondi di Banca di Bologna. Come dire: la conoscenza diretta e approfondita della persona che presenta il progetto, la valutazione sulla sua affidabilità, non potrebbero essere svolte in filiale; perché, sembra dire Raimondi, solo le associazioni no profit locali possono garantire la prossimità sul territorio e la rete di relazioni necessarie a queste attività.

La verità è che il microcredito richiede un impegno oneroso e costante nell’ “accompagnare per mano”il progetto in tutte le sue fasi di sviluppo; un impegno fatto di incontri settimanali o bisettimanali, di un supporto tecnico - organizzativo a favore di chi ha chiesto il prestito; magari l’immigrato che, se lasciato da solo, finirebbe per perdersi nel tortuoso labirinto della burocrazia, tra uffici comunali, licenze, e documenti di ogni sorta. E poi ci sarebbero i costi del personale che, in prima istanza, valuta i progetti.

Costi che gli istituti riescono a contrarre proprio grazie al lavoro di screening di chi opera in associazioni partner o enti no profit, i quali, spesso, si preoccupano anche di organizzare brevi corsi di formazione sul management (micro)aziendale. Quale banca accetterebbe di accollarsi tutto questo surplus di lavoro (e di costi)?


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Roberto Innocenti, direttore generale Microcredito di Solidarietà Spa
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